giovedì 20 gennaio 2011

Che c'hai un sercio?


Erano scomparse da anni, le cicogne. Avevano cancellato l’Italia dalle loro rotte. Già sfiancate dal lungo viaggio, si spingevano ancora avanti, a nidificare altrove. Se l’erano detto l’una all’altra: questo non è un paese di buona accoglienza, i pensieri ringhiano e i cuori dormono e gli occhi sono incurvati verso il basso. E ci vogliono cuori allegri e sguardi verso il cielo per salutare come si deve l’arrivo delle cicogne, la novella di una nascitaErano scomparse da anni, le cicogne. Avevano cancellato l’Italia dalle loro rotte. Già sfiancate dal lungo viaggio, si spingevano ancora avanti, a nidificare altrove. Se l’erano detto l’una all’altra: questo non è un paese di buona accoglienza, i pensieri ringhiano e i cuori dormono e gli occhi sono incurvati verso il basso. E ci vogliono cuori allegri e sguardi verso il cielo per salutare come si deve l’arrivo delle cicogne, la novella di una nascita.
Poi, sui tetti e sui comignoli, sulle gru, sulle ciminiere e sui monumenti, sui luoghi alti delle città, sono apparse nitide figurine con nuovi piumaggi stracolorati e con le loro tende, nidi di fortuna a tagliare il vento gelido.
Chi ha alzato gli occhi in alto, si è indicato l’uno all’altro quegli strani uccelli che si mescolavano ai santi e agli angeli di marmo che costellano i tetti d’Italia e la sua linea del cielo, e la loro annunciazione: la città è nostra. Da sempre e di nuovo. Un miracolo. Come altro si potrebbe chiamarlo?
Ci sono momenti in cui le città per scoprire se stesse scavano nelle proprie viscere, togliendosi pelle dopo pelle, venendo su dal basso, per capirsi e interrogarsi, per cercare una propria anima. E ci sono momenti in cui gli spiriti della città vengono dal cielo o dai tetti. Appendono in alto le proprie radici. Nei luoghi delle favole e della poesia.
E ci vogliono cuore allegro e testa alta per salutare come si deve il ritorno dei movimenti, dai luoghi delle favole e della poesia.
Così, con rito e gesto antichi, si sono preparati i falò e accesi i fuochi della festa, per dare l’addio agli anni vecchi e salutare quello nuovo. Dentro i fuochi si sono gettate le cose rotte e sbreccate, quelle che non servono più, che non dovrebbero servire mai: i furgoni blindati dei militari, le vetrine preziose e indorate, i pensieri dei malvagi, le proprie paure.
Tutta la piazza si è incendiata in tumulto, in strade di fuoco. Il tumulto ha strappato con le unghie le pietre da terra, passandole di mano in mano, tirandole contro i palazzi dove il Potere è asserragliato, stupido e insolente, vecchio e sbreccato. Chi si sa senza peccato ha scagliato la prima pietra. La piazza si sa innocente. Immacolata. Senza colpe. Che c’hai un sercio?
Dicembre è stato il tempo dei sassi, il tempo della piazza e dei tetti, dei vicoli e delle tangenziali. E delle cicogne, e delle favole e della poesia. È stato il mese delle città. Delle città d’Europa. Di Roma. I profili delle città sono cambiati: fra i tetti e le piazze, fra i monumenti e le gru, fra i santi e gli angeli ci sono ora i movimenti. E dove crescono i gelsomini scaldati dal vento del deserto, a gennaio, altre rivolte sono scoppiate, a Tunisi, Algeri. Dove non è mai riuscita l’Europa a piantare la sua civiltà, le pietre lanciate dai giovani si accumulano costruendo ponti. As-tu une pierre?
Questa è la buona novella: le città sono nostre. Non c’è città senza di noi. Roma è nostra. Ogni tanto, scuotendosi, fa bene al cuore ricordarlo a tutti. Anche a se stessi.

Il tumulto del 14 dicembre
Il tumulto del 14 dicembre è un figlio di nessuno e di diecimila, un bastardo senza nome e senza patria. Un milite ignoto. Mille padri e mille madri possono farsi avanti, per rivendicarne paternità e gestazione, spiegarci la filiera della sua tracciabilità come fosse una mozzarella dop, ma la semplice verità è che era inaspettato e inatteso. Nessun profeta e nessun predicatore, nessun battista e nessun astrologo ne avevano annunciato l’arrivo né avevano preparato i nostri pensieri e le nostre mani. Ora si possono compulsare antichi libri e arcaiche predizioni, si possono esprimere dotte citazioni e sagge previsioni, valutare traiettorie e fare calcoli su calendari magici, ma sarebbe solo il modo per chiudere i nostri cuori al suo messaggio, i nostri occhi al suo miracolo. Il tumulto del 14 dicembre è venuto tra noi a parlare dell’antico amore per la libertà. E i miracoli non accadono tutti i giorni e non si ripetono mai uguali. Sono irripetibili. A volerli riprodurre, diventerebbero esibizioni di cattivo gusto, simulazioni in maschera, fenomeni da baraccone. I giorni dell’ira non arrivano tutti i mesi, tutti gli anni. Dopo l’ira, ci sono i giorni del giudizio. Dopo la furia dell’innocenza, non c’è la ferocia, ma la tenacia. Ma tutti i giorni non possono essere vissuti come se non siano mai accaduti i miracoli. Dobbiamo conservare la meraviglia e lo stupore della giornata del 14 dicembre, perché è tutta lì la potenza duratura dell’evento, nella meraviglia e nello stupore. Non sappiamo dire se un altro mondo è possibile, ma possiamo dire che la rivolta è possibile. Possiamo testimoniarlo senza timore di spergiuro. E possiamo e dobbiamo continuare a raccontarlo, che, sì, le acque si sono aperte, che, sì, il deserto è stato attraversato. Ora, tutto questo è alle nostre spalle, siamo in una nuova terra. La sorpresa è stata generale, comune. E cos’altro è il comune se non ciò che è sorprendente e inimmaginabile per tutti, se non ciò che va oltre ogni nostra singola attività, idea, ambizione, ogni nostro individuale potere? Se non ciò che è indicibile prima, e può essere solo raccontato dopo? Adesso possiamo confidare. Se in fondo al nostro cuore teniamo viva la scintilla, se le nostre intelligenze rimangono aperte. Se non siamo più gli stessi di prima. Se non facciamo finta che sia mai accaduto.
Ogni tumulto sembra essere già accaduto in un tempo precedente. Ogni rivolta sembra essere la stessa di quell’altra. E ogni gesto individuale di ribellione rimanda a qualcosa di profondamente umano o più antico dell’uomo. Ma tutto questo non ci direbbe nulla della nostra vivida esperienza, se non che essa è sacra e storica nello stesso tempo. Ma sapersi sacri e storici non protegge nel mondo. Semmai, ti espone a una maggiore violenza. Ogni rivolta fonda in sé e comincia da sé la propria storia. Non c’è Sessantotto, non c’è Maggio, non c’è Settantasette, non c’è Pantera, non c’è Genova 2001, non c’è jacquerie o Comune o Spartakusbund, non c’è insurrezione che tenga. E anche: c’è tutto questo e tanto altro ancora. Il tumulto è un punto di partenza, non di arrivo. Non è un intermezzo musicale o uno spot pubblicitario. È un nuovo cominciamento, per un nuovo movimento. Se ci spogliamo di pregiudizi e timori sapremo accogliere e diffondere il messaggio di libertà. Quello che va capito, insieme, è di quale storia e di quale sacralità stiamo parlando. Per noi, il tumulto è il fondamento sacro e storico della città, è la costituzione sacra e storica della città.

La democrazia dispotica
Le democrazie liberali vanno implodendo. Sinora, per quanto imperfetta, si era sempre dimostrata l'opzione vincente di rappresentanza popolare e di governo, assicurando meccanismi per la mobilità sociale, per la partecipazione alla ricchezza prodotta, per l’accumulazione e la trasmissione di benefici tra generazioni. Hanno retto a sussulti e convulsioni pagando il prezzo di scandali e corruzioni, di dossier oscuri e lunghi complotti, ma nessuna alternativa è mai stata altrettanto utile e praticabile. La crescita illimitata, con alcune periodiche crisi riassorbite attraverso politiche assistenziali, occupazionali o monetariste, sembrava la traiettoria infinita a cui appendere desideri e aspettative, bisogni e consumi di massa e individuali senza limiti. Se uno stop si imponeva momentaneamente, la ripartenza, la recovery, il go colmavano rapidamente ogni limite precedente. Alla macroeconomia faceva riscontro un percorso individuale o di nucleo familiare in accumulazione e crescita. Ai privilegi concessi ai pochi, si accompagnavano le possibilità offerte ai molti. Le diseguaglianze mostravano estremi distanti ma commensurabili. Ed è meglio vivere fra diseguaglianze in cui ci siano delle ricchezze, piuttosto che in un’uguaglianza in cui ci sia solo miseria collettiva. Anche a chi restava fuori, ai margini, era garantita comunque un’opportunità di inclusione e un pasto gratis. I conflitti fra le rappresentanze sociali ruotavano intorno la distribuzione della ricchezza e la tassazione delle rendite, perché ci fosse più equità, ci fossero più servizi, ci fosse più cosa pubblica, più occasioni per più differenze e diritti. Ma che una ricchezza maggiore venisse prodotta domani, che il raccolto dell’anno successivo sarebbe stato migliore di questo era il presupposto condiviso di ogni indebitamento individuale e collettivo, di ogni patto creditizio sul futuro: si sarebbe in qualche modo e in ogni caso fatto fronte a ogni esposizione debitoria, a ogni cambiale, a ogni mutuo, a ogni pagherò. E il credito veniva erogato o “stampato” con lo stesso convincimento, che il patto sarebbe stato onorato. Fra democrazia liberale, investimenti di capitale, produzione industriale, crescita del mercato e dei consumi, accantonamento di risparmio, il circolo virtuoso tirava senza sosta come su una scocca continua incastrando i suoi ingranaggi.
Questo mondo appartiene ormai a un’altra epoca, è ormai morto. La relazione virtuosa fra crescita e democrazia liberale – paradigma del moderno – si è inceppata da tempo dentro un sistema di crisi. La devastazione sul tessuto sociale, sui nuclei familiari, sulle psicologie dei singoli individui è terrificante. Tutte le categorie mentali, le frasi colloquiali, il sentire comune che costituivano il linguaggio del mondo quotidiano di prima sono inutilizzabili, a volte persino inconcepibili se non come reliquia del passato, come storia. I linguaggi specialistici, tecnici, che definivano le nostre identità pubbliche e private – il lavoro, la politica, i ruoli familiari e sociali, lo status delle professioni – ci parlano ormai da lontano, un teatro delle ombre. Non carpiscono più le nostre identità mobili, precarie. E, privi di una grammatica comune, si imbarbariscono, in una guerra civile dei linguaggi. Senza le cose rappresentate dalle parole, la relazione pragmatica quanto ideale fra generazioni ha interrotto il suo flusso di comunicazione, la sopravvivenza di ciascuna non potendo essere che a scapito dell’altra, divenendo egoista e ostile. La classe di mezzo, che si è dilatata oltremodo tra due estremi ora sempre più distanti e incommensurabili, vive perennemente sotto lo stress di una perdita dell’equilibrio, di una caduta sempre in agguato, di un superamento della soglia del precipizio, senza più possibilità di ricominciare, di recuperare ma con l’orribile prospettiva di rimanere all’inferno. La mobilità è solo verso il basso, verso gli svantaggiati, e non più verso l’alto, i privilegiati. Per la promessa di essere più ricco domani ti dicono che devi essere più povero oggi. Ma così si è ogni giorno più poveri e ogni giorno meno ricchi, ricchi della ricchezza collettiva che produciamo. Perché la promessa cela colpevolmente il paradosso: che non siamo mai stati così immensamente ricchi quanto allo stesso tempo, per l’inattingibilità collettiva della ricchezza, mai così immensamente poveri. In luogo di una vita facile, possibile per il sapere generale che è cresciuto geometricamente, ci dibattiamo in una vita agra, impossibile.
Il capitalismo non è morto, e forse non è neppure un animale morente. Ma le luci della festa si vanno spegnendo a una a una e rimane solo malinconia. Gli spiriti animali sono intristiti. Amministrano le rendite accumulate e mostrano i denti, feroci. Dalla crisi economica non si è usciti in alcun modo, perché essa è lo scenario dentro il quale si stanno modificando i rapporti di forza tra imperi declinanti e emergenti, tra possesso di materie prime e apparati produttivi, nuove alleanze, nuove religioni, nuove geopolitiche. Per uscirne, bisognerà risistemare il mondo. E non si fa in un giorno e non si fa pacificamente. Finito il tempo dell’affluenza, in cui si può condiscendere e mediare, e giunto il tempo del declino si tratta di tenere stretti i fondamentali. La rappresentanza democratica parlamentare ha progressivamente perso il suo ruolo e il suo compito di confliggere e mediare su istanze sociali, che non possono avere alcun riscontro economico e finanziario, anche su singole issues. Il suo fantasma continua a aleggiare tra noi, che lo interroghiamo convinti e lo disconosciamo altrettanto convinti, confusi dalla sua presenza che a volte ci sembra reale, ma di cui più spesso proviamo l’inconsistenza. Il potere legislativo, anima progressiva della democrazia liberale, si è incrinato a tutto vantaggio del potere esecutivo. Il dispotismo democratico non è un’anomalia e un’eccezione, ma un adattamento strutturale delle democrazie liberali. Per governare, per tenere i fondamentali, esso chiede ancora più potere.

La saggezza grida nelle strade e nessuno l’ascolta
La politica parlamentare è diventata unipolare. Si muove solo per linee interne al regime, ne accetta il fondamento di sovranità, l’occidente minacciato e accerchiato, e il presupposto di legittimità, la crisi. La capacità di rappresentare scenari, immaginare visioni, tracciare orizzonti è completamente scemata. Prevalgono interessi di parte, egoismi di lobbies, rendite di territorio. Forse la storia non è finita nell’89, ma la politica sembra essersi spenta. Se c’è un luogo dove il no future è legge, questo è il parlamento, dove lo scambio a breve regna sovrano. Le democrazie sembrano deboli e incerte, incapaci di decidere sul futuro, incartate fra veti e sondaggi. Hanno il moto tardo. La democrazia parlamentare non è morta e forse non è neppure un animale morente, ma il suo male oscuro somiglia a una lunga agonia. Il potere politico e economico invece ha fretta e sta così già provando a risolvere a suo vantaggio la crisi della democrazia rappresentativa. La lunga marcia attraverso le istituzioni, da parola di movimento è diventata prassi di potere. Le ha attraversate tutte, tagliandosi i ponti alle spalle, trovandosene fuori. Si è appartato, opacizzato oltremodo, è diventato extraparlamentare e anticostituzionale. Fonda la sua autorità e costruisce il suo consenso su ciò che è fuori dal presente, lontano dal moderno, su ciò che è sempre stato: l’esercizio del potere, la religione, il denaro, la forza. Getta all’aria i tavoli. Fuori dalla costituzione e dalla norma ha accumulato un potere di violenza e di consenso che non trova regola, è insofferente e illegale rispetto alla lettera. Il bisogno del potere economico e politico di devastazione sul senso comune e sulla norma pubblica è impellente, è urgente. È eversivo. Sinora è andato avanti a strappi, a eccezioni e emergenze. Governava così. Ora ha bisogno di stabilità. Per questo il conflitto si è fatto ideologico. Il potere, come ultima risorsa, getta la soglia dell’ideologia tra i piedi dei conflitti, e si fa ideologia. L’occidente si è fatto ideologismo, altri turchi stanno di nuovo alle porte di Vienna, la crisi è il suo vessillo: In hoc signo vinces.
Ma difendere la norma e la regola costituzionale non ci esime e non ci salva dall’obbedienza al regime dispotico. La fondatezza della legge non ha più riscontro nel senso comune, che si è disperso in mille rivoli e frammentato in mille interpretazioni. E senza sentire comune condiviso non esiste giustizia, rimane solo l’apparato che lo esercita, un management che amministra in nome di altri, attento ai propri interessi di casta, rendendosi odioso una volta agli uni, una volta agli altri. Aleatorio e icastico. L’indignazione per la trasgressione della norma, per la privatizzazione della legge comune, non può arenarsi nella richiesta ai sacerdoti delle regole perché si ergano a difensori dei riti. Lo spirito della regola è conservatore nella lettera e mediatore nell’interpretazione, non si erge certo a innovazione. La potenza costituzionale del tumulto non può costringersi a essere letto secondo le norme vigenti. Non vi ha alcun riscontro.

Ricominciare la democrazia
Collasso dei valori di riferimento di un precedente sentire comune, afasia di una nuova narrazione potente a motivare l’agire umano, faziosità degli interessi incapaci di trasformarsi in un «bene comune», necessità di un pensiero politico in grado di cogliere l’eccezionalità. E allora fuori da tutto ciò. Fuori dalla democrazia liberale, dal regime dispotico parlamentare esiste tutta un’altra politica. Per linee esterne. Ricominciare la democrazia è possibile solo fuori dai poteri costituiti, fondandosi sulla potenza costituzionale del tumulto. Il tumulto non ha alcuna obbligazione politica di mediazione e di rappresentanza. Il tumulto è costituzionale, rivendica l’origine e il fondamento della volontà sociale, della sovranità comune. Nel tumulto sta l’ordine di ogni futura costituzione e rappresentanza, stanno la norma e la legge, un nuovo spirito pubblico, il sentimento d’obbligazione alle città, ai territori. È la città – le sue piazze, le sue strade, i suoi tetti, i suoi monumenti, i suoi movimenti – l’unico luogo comune. L’unico linguaggio comune con cui riconoscerci e capirci. La ragione della città è il luogo di resistenza alla forza distruttiva del potere costituito. La sua forma sociale, radicata nella storia e nella natura del territorio, è l’occasione per scoprire nuove identità. In un mondo in rapida mobilità la città non rappresenta più la stanzialità di sangue e residenza ma il soggetto della produzione di ricchezza, della produzione di senso, delle relazioni sociali: la possibilità di costituire nuove soggettività. Lontane dalla statualità come dalle nazioni, dalle etnie.
Il tumulto non minaccia, esorta. I margini di riformabilità delle decisioni del potere dispotico stanno forse nei dettagli, a volte neppure in quelli – non c’è partecipazione che tenga – ma i margini di erosione della democrazia stanno tutti nei dettagli. Su questi si costruisce opposizione, lotta, resistenza: il programma è tutto lì, è il potere dispotico a dettare l’agenda. È su questi che il nuovo spirito comune genera proposte, idee, alternative. Solidarietà e rete. Scadenze e progetti. Ma non c’è un punto extraterritoriale di aggregazione e imputazione delle istanze: ogni movimento rimane padrone del proprio territorio. Ogni processo di nuova rappresentanza deve prima misurarsi col percorso di nuova costituzione, a cui partecipano diversi e differenti soggetti sociali, politici, economici. La moltitudine del tumulto nei giorni qualunque produce, scambia, abita, risparmia in modi diversi, desidera e sogna in maniere differenti. E la territorialità, la città, diventa il luogo proprio dove la potenza costituzionale si configura di volta in volta in autorevolezza e sovranità. Non c’è una società civile su cui poggiare la democrazia. È il tumulto che pone la società civile. E non c’è un percorso lineare di accumulazione della forza verso una spallata. Come e cosa accadrà, chi può dirlo? La «repubblica» è un processo, non un’istituzione o una forma di governo.

La Repubblica ci aspetta.
Accorrete! Accorrete!

Scrivete a: repubblicaromana@gmail.com


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giovedì 30 aprile 2009

La Repubblica Romana del 1849: 160 anni dopo

Roma, 5-5-2009. Incontro con Claudio Fracassi
Martedì 5 Maggio ore 21.00 presso: Centro Socio Culturale Garbatella

La Repubblica Romana del 1849: 160 anni dopo
Roma, 5-5-2009. Incontro con Claudio Fracassi autore de La meravigliosa storia della repubblica dei briganti (2005) e de La Ribelle e Il Papa Re (2009) a cura del Gruppo Laico di ricerca
Associazione culturale GRUPPO LAICO DI RICERCA 2009

LA REPUBBLICA ROMANA del 1849: 160 anni dopo…
Il 25 novembre del 1848 Pio IX fugge a Gaeta ed il 9 febbraio 1849 viene proclamata la seconda Repubblica romana, il cui decreto recita all'articolo 3: "La forma del Governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura". Un esperimento fondamentale, se pur drammaticamente breve, per poter costruire un’Italia e una città di Roma libere da ingerenze clericali e una democrazia di altissimo spessore. Un esperimento da ricordare e riscoprire in un’Italia che appare ben lontana da quegli ideali e da ogni forma di laicità.

Martedì 5 Maggio ore 21,00

L’eredità storica del primo esperimento di un’Italia repubblicana, laica e democratica.
Incontro con CLAUDIO FRACASSI
Presso: Centro Socio Culturale Garbatella

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domenica 29 marzo 2009

Invito - presentazione del quarto numero

Il quarto numero de «la Repubblica romana» appena uscito prova a spiegare con più ampiezza di argomentazioni – ha adesso quattro pagine – il senso di un nuovo repubblicanesimo, dell’opposizione alla politica nazionale, di un percorso di indipendenza. Con Roma, la sua storia e la sua attualità, al cuore delle cose. Una nuova «questione romana».
Ti invitiamo alla presentazione di questo nuovo numero, venerdi’ 3 aprile alle ore 18, presso la libreria Flexi in via Clementina, 9 – a Monti. È un’occasione per conoscersi, per ragionare insieme del «che fare». Mettila in agenda.
Ti aspettiamo, a venerdì

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giovedì 26 marzo 2009

Tacete, politici!

Lacrime, sudore e sangue
Lacrime, sudore e sangue. Così i politici ci raccontano la crisi economica. Ma nostre saranno le lacrime, non le loro. Nostro il sudore e il sangue, non il loro. I politici ci chiamano alla mobilitazione, come in guerra, contro nemici invisibili e lontani: la finanza malvagia, la globalizzazione perversa. Ma nella terra di trincea stiamo noi. A noi chiedono di tenere duro, di tirare la cinghia: coraggio e sacrifici non sono il loro pane e companatico, ma il nostro.



Lacrime, sudore e sangue. La crisi è la nuova religione, il nuovo monoteismo, il nuovo dio dalla faccia ora terribile e ora caritatevole a cui rivolgere le nostre preghiere. Esibita o malcelata, intonata a coro o sussurrata, come ogni religione serve a intimidirci e a cercare conforto. La crisi è sovrannaturale, non è umana, non ha nomi, cognomi, indirizzi, responsabili: e la nostra salvezza starebbe tutta nel credere con fede cieca nelle loro formule, nei loro riti, nei loro incensi.
Lacrime, sudore e sangue. Chi racconta come vanno le cose del mondo, possiede il mondo. Ora c’è un solo libro del mondo: la crisi. Le storie si sono impoverite, le parole si sono impoverite. La crisi è la nuova liturgia, la nuova narrazione del potere.
Ma qui vogliamo raccontare un’altra storia: una storia fatta di produzione e scienza, di tecnica e prosperità, di ricchezza e distribuzione, di autonomie e indipendenza, di intelligenze e saperi, di autogoverno e libertà, di sentimenti e diritti, di territori e comunità, di presente e di futuro. Qui si racconta un’altra storia. Chi racconta come vanno le cose del mondo, possiede il mondo.
Sarà pure vero – come dicono a Palazzo – che «prima o poi le crisi passano, che le crisi sono cicliche, che tutto sommato ce la facciamo», però noi non vediamo cieli azzurri sopra le nostre teste, ma una tempesta. Questa che è esplosa non è solo «economia», è la crisi del loro mondo, dei loro princìpi, delle loro regole, delle loro istituzioni. Il mondo è andato a pezzi perché non funzionano più quei princìpi, quelle regole, quelle istituzioni. E non funzionano più perché non riescono a comprendere e rappresentare i nostri comportamenti, i nostri bisogni e i nostri desideri. Noi non siamo catastrofisti, ma è di tutta evidenza che nessuno di loro ha capito la crisi che arrivava: davvero qualcuno crede ancora alla favoletta che cinquantamila miliardi di dollari – il «prezzo» del prodotto globale di un anno – siano andati in fumo per quattro mutui subprime americani sulla casa e quaranta ladroni? Cos’è, una sorta di Tangentomondo di mariuoli globali? E nessuno di loro ha la più pallida idea di come tirarsene fuori. Alambiccano idee, progettano ora questo ora quello, tirano alla giornata. L’unica cosa che regge un po’, come sacchetti di sabbia mentre tutto esonda, sono le vestigia di quello Stato sociale che destra e sinistra da anni hanno ridotto o smantellato. Caduti in uno sprofondo, fuori di senno, provano a uscirne sollevandosi per i capelli.
Ma è la potenza della tecnica che ha sovvertito le regole, non la crisi: non siamo solo enormemente più produttivi dei nostri padri, ma possiamo esserlo condannandoci di meno al lavoro. Non siamo solo enormemente più produttivi dei nostri padri, ma possiamo esserlo di meno. Possiamo vivere senza condannarci al lavoro. Possiamo vivere una vita ricca e non misera, sociale e non marginale, ambiziosa e non squallida senza condannarci al lavoro. Questa è la consapevolezza che ci ha dato la tecnica, che ci ha dato lo sviluppo delle nostre facoltà produttive: che possiamo fare a meno del lavoro. Che non dobbiamo essere morti per fare a meno del lavoro. Possiamo interessarci del mondo, curare il mondo e noi stessi, senza essere schiavi del lavoro. Da sempre ci siamo chiesti: Come posso fare di questa cosa un’altra?, ora possiamo chiederci: Come dare valore alla nostra vita? A Palazzo, questo non va giù. Il risparmio di lavoro si rovescia in disoccupazione. Schiavi del lavoro, morti di lavoro dobbiamo restare. Con la deregulation, eravamo elemosinanti di lavoro, con la new regulation saremo elemosinanti di lavoro.
Ma è la prossimità del mondo che ha sovvertito le regole, non la crisi: mangiamo, vestiamo, usiamo, guardiamo cose inimmaginabili per i nostri padri, possiamo andare ovunque e da ovunque possono venire da noi. Vediamo cose che per i nostri padri appartenevano a un altro mondo. Ora sono a portata di mano. Adesso sappiamo suoni e colori e odori che nemmeno conoscevamo. Tutto questo ci incute timore – noi stessi ne siamo spaventati, avendo perso identità e sicurezze, quelle che avevano i nostri padri – ma ci affascina. Mai l’uomo ha potuto avere una simile sensazione di appartenere all’umanità tutta intera e che l’umanità tutta intera gli appartiene: sentiamo che qui sta una ragione del nostro stare al mondo. Da sempre ci siamo chiesti: Chi siamo?, ora ci chiediamo: Cosa possiamo? A Palazzo, questo non va giù. Nemici l’uno dell’altro, ostili delle nostre solitudini, avidi difensori delle cose possedute, dei nostri limiti dobbiamo restare.
Ma sono le scoperte della scienza che hanno sovvertito le regole, non la crisi: scopriamo di avere molto più tempo di quello che hanno avuto i nostri padri per le loro vite, che i nostri corpi possono essere meglio medicati e sanati, che possono restare vitali a lungo, che i nostri sentimenti di affetto e di amicizia possono perdurare. I limiti della vita e della morte si spostano, le forme della riproduzione si modificano, i nuclei di relazione della nostra intimità oltrepassano la famiglia tradizionale legata al sangue. Siamo stupefatti e turbati di queste possibilità, come se la scienza ci donasse tante altre vite, invece di quella sola che ci dà la natura, con una sola storia. Siamo cauti, ma procediamo per sperimentare, perché chi venga dopo trovi ancora più possibilità, più opportunità, più speranze. Trovi meno dolore, più saggezza e felicità. A Palazzo, questo non va giù. Dannatamente oscurantisti, per loro il sole gira sempre intorno a una terra piatta, perché è nel buio che possono comandare la nostra paura.
È la potenza della tecnica, è la prossimità del mondo, sono le scoperte della scienza – i processi che mettono l’uomo «in comune» con se stesso e con gli altri – che hanno sovvertito le regole, non la crisi. La crisi viene dopo, la crisi viene adesso per fermare tutto. Meglio distruggerla, la ricchezza, che permettere che essa si distribuisca e si riproduca senza controllo. Così congiurano a Palazzo. È il Palazzo che diventa insolvente, non questa o quella banca. Quell’enorme accumulazione di capitale – cinquantamila miliardi di dollari – invece di essere investita nella tecnica, per avere più prosperità e meno lavoro, nella scienza, per avere più salute e meno dolore, nella prossimità del mondo, per avere più libertà di movimento e meno confini, è rimasta «segno», moneta virtuale di conto, come averla messa sotto i materassi, andata in fumo. È morta. Sono stupidi o sono malvagi? Sono stupidi e malvagi. Distruggendola, si rifonderanno gerarchie e autorità, centralità degli stati e delle nazioni, bisognerà ricostruire e ricondannarci alle regole del bisogno, del dovere, della necessità e del lavoro, bisognerà restringere i confini e farci difendere le nostre patrie, bisognerà lasciare che la provvidenza faccia il suo corso.
Così vanno le cose del mondo. Questa è la storia che noi raccontiamo: oltre la crisi, per il Palazzo c’è più Stato e più fatica, per noi più libertà e più felicità.
Questa storia la raccontiamo nei territori dove stiamo di casa, nelle città che abitiamo, nei luoghi che amiamo e a cui prestiamo attenzione, per i quali ci battiamo, perché è qui che si svolgono le nostre vite, è qui che si costruiscono le nostre relazioni, è qui che il nostro «amor proprio» – il sentimento di cura delle nostre singolarità – diventa «luogo comune» con gli altri. La raccontiamo a Roma perché è qui che abbiamo il caso e il privilegio di vivere.
Un privilegio, perché vivere a Roma è anche essere narrati dalla storia, misurarsi a ogni passo con un «laboratorio» di secoli, non dell’altro ieri, dove la potenza, la tecnica, la prossimità del mondo, la scienza – di volta in volta, nel tempo – hanno costruito un’idea di libertà, di diritti, di felicità, di cittadinanza, di universalità.
Se c’è un luogo al mondo dove più dolorosa e stridente è la sciatteria del potere, l’incuria del dominio, la mediocrità del comando – la sciatteria, l’incuria, la mediocrità del Palazzo –, questo è Roma: perché qui, e per questo appartiene al mondo, sono ancora visibili e perenni i segni di un tentativo grandioso e terribile di trovare una misura tra la propria finitezza e l’eternità, tra la propria singolarità e l’universalità, tra l’utilità e la bellezza, tra i diritti e le libertà, tra le proprie mura domestiche e lo spazio pubblico.
Liberare Roma, battersi per l’indipendenza di Roma significa allora restituire a noi stessi e al mondo quelle domande, cercando le risposte nel presente, nell’adesso, nell’ora e nel qui.
È di Roma che vogliamo parlare. Della sua indipendenza politica, della sua indipendenza produttiva.

Produttori di indipendenza
Il processo dell’indipendenza politica si intreccia e poggia sui processi di indipendenza del lavoro.
Questa indipendenza del lavoro è bastarda, e non si dà «pura» in natura. Non la si rintraccia a mezzo degli indicatori economici: numero di addetti, capitale sociale, volume di transazioni, o per le dimensioni ridotte o di scala. Né per le forme contrattuali entro le quali si configura: tempo indeterminato, a termine, a progetto, part-time. Non è il lavoro autonomo né il lavoro subordinato. Essa non è riconoscibile per i modi della sua esecuzione, se a esempio si svolge trattando linguaggi, segni, comunicazione, forme, visioni, o se piuttosto è manualmente avvezza alla durezza del ferro e del cemento: ci sono cani che ringhiano rabbiosi dietro l’apparente inconsistenza delle cose, e viceversa cuori disponibili e menti aperte che nessuna ruvidezza quotidiana riesce a scalfire. Né la si individua attraverso l’immaterialità o materialità dei prodotti: ci sono prodotti immateriali altamente tossici per la socialità, e viceversa prodotti materiali assolutamente benefici. Non si evidenzia per la «qualità», la bellezza e il valore culturale del prodotto: ci sono prodotti di fattura straordinaria che sono assolutamente inutili o destinati a minime nicchie, e viceversa prodotti a basso contenuto estetico che creano sollievo e soddisfazione in ampie cerchie. E ci sono lavori creativi di cui potremmo fare serenamente a meno, e lavori esecutivi assolutamente indispensabili. Non si caratterizza per la forma proprietaria: ci sono piccole produzioni, partite iva o cooperative dove delle vere carogne utilizzano forme di lavoro schiavistico fra i propri addetti, e viceversa ci sono enti pubblici e aziende private nei cui interstizi e rivoli di flussi finanziari sopravvivono e si adoprano persone di grande dignità e dirittura morale. Non è pauperista – come se la fatica d’essere poveri fosse da rivendicare – e non scialacqua nell’oro.
L’indipendenza del lavoro si individua per «via sentimentale»: è il sentimento che segna il lavoro indipendente.
Questo sentimento ha i caratteri dell’attenzione, dell’affetto, dell’amicizia, della dedica e potremmo definirlo di «cura»: cura persino maniacale per quel che si compie, attenzione per tutte le cose e le persone che si coinvolgono, affetto e amicizia per le situazioni che si incontrano, che ci stanno intorno e verso e dentro le quali si svolge il nostro lavoro. E questo sia che l’attività lavorativa abbia un ambito familista sia di piccola azienda o di corporation o statale. La cura, insomma, è il tratto distintivo dei sentimenti che pervadono il lavoro indipendente, perché nella cura è riconoscibile la personalizzazione di quel che si compie, l’individuazione del nostro lavoro, il rapporto tra le nostre mani e la nostra faccia, e per questo tramite la sua «valorizzazione», cioè il suo uso e il suo scambio, sostanziandone quindi l’aspetto economico ma soprattutto il senso sociale.
Non basta che le cose che facciamo piacciano a noi, che ci mettiamo passione, entusiasmo, piacere, e ne ricaviamo soddisfazioni, materiali o immateriali: per l’indipendenza del lavoro, per la nostra indipendenza, non è sufficiente la nostra dichiarazione di autonomia – come fosse quella dei redditi. Occorre una «distinzione» sociale, pubblica. È fuori di noi che l’indipendenza del nostro lavoro assume i connotati, è nel «giudizio sociale» che essa diventa reale. Sono gli altri che possono dirci indipendenti, sono gli altri che rendono indipendente il nostro lavoro. In questo senso, il lavoro indipendente vive «dell’altrui» più che «del proprio».
Perché il lavoro indipendente costruisce «spazio e tempo» per la vita pubblica di relazione: è questa la sua «merce». Sia un luogo, un momento, un oggetto, una suggestione, un gusto, un progetto, un servizio, una risposta o una domanda, che si consuma da soli o scambiandolo con amici o in piccoli gruppi o dentro una folla, quello che si vive attraverso questa merce, anche attraverso la vita privata, è il senso di appartenere alla vita pubblica, di parteciparvi, di contribuirvi, di edificarla. Vita pubblica, vita sociale, vita cittadina, vita civile, vita attiva. Il lavoro indipendente rende comune la vita privata, come fosse la lettura in pubblico di pagine di un libro che si sono già amate seduti nelle proprie case.
Questa indipendenza del lavoro peraltro non si dà una volta per tutte. Proprio perché caratterizzata dai sentimenti, essa è soggetta ai cicli dei sentimenti, alle crisi, ai disamoramenti, alle improvvise passioni, ai tradimenti, agli abbandoni, ai ritorni e, appunto, alla fine. Certo, può capitare che siano le condizioni esterne a imporre una dura legge dell’esistenza – la crisi economica colpisce adesso soprattutto chi è indipendente, perché la circolazione monetaria s’è ristretta. Ma, più spesso, capita invece che un giorno ci si accorga di sentirsi logori e stanchi, e si decida di accettare l’offerta favorevole e diabolica che fino a quel momento s’era rifiutata, e si chiude bottega, si passa di livello, si modificano le caratteristiche del proprio prodotto o della filiera, si rivolge il proprio sguardo, la propria sapienza e la propria intelligenza a tutte quelle cose che prima si consideravano assurde e a quei soggetti e situazioni che si sentivano distanti. Magari, anzi li si spengono, il proprio sguardo, la propria sapienza, la propria intelligenza: quasi sempre, non sono richiesti. Si diventa, insomma, «dipendenti»: meno affanni, meno responsabilità, meno sbattimenti.
Ma sta qui un nodo della questione: mentre il lavoro indipendente costruisce vita sociale, vita di relazione, comprensibile e riconoscibile e godibile da chi lo usa e scambia, nello stesso tempo non è in grado di intessere relazioni al proprio interno. Perché non è un’area sociale, un ceto, una classe – qualcosa di riconoscibile attraverso l’indagine economica, sociologica o il diritto privato –, il «quinto stato» che avanza: è un movimento, cioè una dinamica reale e una tensione ideale che camminano in una forbice che va divaricandosi, indipendenza da una parte, «comune» dall’altra. Ed è la fragilità di questa propria consapevolezza che rende temporanea e caduca la vita sociale che costruisce, ovvero il «comune» che produce.
Ma la risposta a questa questione non è di organizzazione sindacale, come si trattasse di fondare il sindacato dei lavoratori indipendenti. Troppo diverse le condizioni dell’indipendenza del lavoro, qui precario lì garantito, qui ditta individuale lì dentro una catena di comparti, qui soffocato da tasse e prelievi lì senza uno straccio di busta-paga. Ciascuno fa e saprà fare la propria battaglia sindacale. Il punto centrale è il tramite, la mediazione fra lavoro indipendente, vita privata e vita sociale, uso e scambio, ciò che lega e fa da collante, ciò che rovescia l’atomizzazione del lavoro in un senso di produzione comune: questo tramite è il territorio, è la città, è Roma.
È nella relazione consapevole e cosciente e diretta fra lavoro indipendente e territorio, fra indipendenza del lavoro e Roma che sta il cuore delle cose. È nella rivendicazione tutta politica del governo indipendente di Roma che sta il cuore delle cose.
È qui, peraltro, in questo «sentimento», che l’indipendenza del lavoro potrà farsi indipendenza dal lavoro: quando il processo di indipendenza economica diventerà tutt’intero processo di indipendenza politica.

La nuova «questione romana»
Roma oggi è poco più di un’espressione geografica. La sua storia – che ha ispirato le grandi rivoluzioni politiche della modernità – ridotta a nozioni scolastiche o banali informazioni da depliant per frotte di scomposti turisti. Il sogno risorgimentale che vedeva nella riconquista di Roma e nel suo ruolo di capitale la fondazione di una nazione segnata dallo spirito di quella storia si è tramutato nel suo opposto: la politica nazionale ha occupato la città saccheggiandola come ondate di barbari. I politici nazionali amministrano l’enorme flusso finanziario del prelievo fiscale, diretto e indiretto, come antichi latifondisti, proprietari di una «rendita» che è solo lo sfruttamento parassitario e corrotto di quello che la nostra vita comune è in grado di produrre e consumare. I politici nazionali sono una tirannia della «manomorta». La gestione della cosa pubblica è la rete di canali e scoli di questi flussi finanziari: come la cloaca maxima. Da dentro, ci si può solo impregnare. È da fuori, nel processo di indipendenza, è all’aria aperta che soltanto è possibile ricostruire la politica come senso civico, ambizione di eccellere fra i grandi, vita attiva al servizio della socialità cui si appartiene.
È tempo di rivendicare Roma a se stessa. L’Italia ormai è in lacerti e brandelli, tra attestazioni di territori del nord e del sud, di regioni e di aree, piccoli «regni» locali e «granducati», tenuta insieme da un regime guidato come una monarchia che progressivamente corrompe la democrazia in forme autoritarie con una finzione di Stato unitario che si esercita soprattutto qui a Roma, gravando con un peso insopportabile.
E intanto lo Stato pontificio, invece di restare condizionato al suo ruolo spirituale, ha ingigantito la sua «presa» sui corpi e sulle menti, ponendosi come ultima autorità e producendo amministratori e cittadini deboli, superstiziosi, impauriti.
Roma è ormai città di rappresentanza, di rappresentazioni nazionali e internazionali: serve per fornire palazzi e giardini, scenografie che grondano storia – e che dovrebbero incutere rispetto e timore, risvegliare onore e gloria di spirito pubblico, invece del banale luogo comune della “dolce vita” – ma che sono diventate poco più che fondali di scena, dove si mimano interessi e diplomazie già decisi altrove. Quale miserabile fine!
È tempo di liberare Roma: la liberazione di Roma è di nuovo all’ordine del giorno della storia. Roma libera, sia il nostro grido.
Non ci anima alcun localismo, alcun nazionalismo, alcun municipalismo: nessuno spirito di «suolo e sangue». D’altra parte, come sarebbe mai possibile circoscrivere, separare Roma dal resto del mondo, dell’umanità? Semmai, al contrario, si tratta proprio di restituire Roma al mondo, di rifondare il suo ruolo storico di città universale.
Non ci anima alcun interesse privato. Quello che possediamo – i nostri talenti, le nostre conoscenze, le nostre capacità – rimane sempre con noi. Quello che noi vogliamo è il diritto di usare queste nostre capacità come meglio crediamo, di non metterle «a padrone» – che sia pubblico o aziendale, poco importa –, perché non sanno fare e non gliene frega niente di fare bene.
Non ci anima alcun interesse supremo e un fine ultimo: la Ragione, la Volontà generale, lo Spirito della storia.
Ma questa politica non è più in grado di proteggerci, di proteggere la ricchezza che produciamo e di proteggere le nostre stesse vite. Questa politica ci sta portando alla rovina. E le soluzioni che prospetta, per insipienza e per incoscienza – riduzione della prosperità sociale, della mobilità, della scienza, degli scambi, con un nuovo Stato ancora più occhiuto, ancora più autarchico, ancora più militarizzato –, sono quasi peggiori dei pericoli che incombono e che ci minacciano. Controllo nazionale delle banche, controllo nazionale delle aziende, controllo nazionale degli scambi, controllo nazionale della democrazia: questo è il «pubblico» che avanza. Non è in un mondo più chiuso che è la nostra salvezza, non è in un mondo più ignorante che è la nostra salvezza, non è in un mondo con più birri e più forche che è la nostra salvezza. Forse servono a loro queste cose, a fare sentire loro più sicuri, non noi. Un nuovo mondo di tecnica, di prossimità, di scienza sta premendo. Un diritto inalienabile di vivere indipendentemente sta premendo. Se questa condizione non trova «forma», diritti materiali, se non trova una nuova sovranità, una nuova autorità, si dilania, impazzisce, divora se stesso. È questo il «pericolo pubblico» che ci minaccia. Se entriamo in un ospedale non sappiamo se ne usciremo vivi, se camminiamo per strada non sappiamo se verremo travolti, se andiamo al lavoro non sappiamo se a sera torneremo a casa: come ricostruiamo responsabilità individuale e collettiva? Col terrore? È vero, questo Paese è andato avanti per via di consuetudini spesso al limite quando non fuori dalle regole. Ma erano le regole che non funzionavano, non le consuetudini: le consuetudini facevano andare avanti le cose. Ripristinare le regole, che già non funzionavano, significa strozzare tutto; restringerle ancora, quando tutto è saltato, è solo una operazione di terrore. E il terrore porta alla rovina. Mai come ora le nostre vite private, le nostre stesse vite vengono sospinte verso la vita pubblica, verso il «comune», verso la città.
È un nuovo repubblicanesimo quello che ci anima, è una nuova repubblica quella a cui aspiriamo, è una nuova Repubblica romana quella che sogniamo.
A organizzare la libertà, a come potrebbe essere una Roma libera dalla tirannia della politica nazionale e dalla prevaricazione papista, possiamo pensarci fin da subito: ci sono talenti e competenze, esperienze e generosità, in grado già da adesso di disegnare una città diversa. E semplice da amministrare. Lo faremo.
Ma il nodo centrale è il potere. Ed è bene dirlo fuori dai denti, a lettere cubitali, per essere chiari, limpidi e comprensibili. Tutte le lotte e le battaglie saranno conquiste necessarie ma finché il potere non sarà nelle nostre mani, finché sul Campidoglio non svetterà la bandiera della nuova Repubblica romana saranno temporanee. E affinché quella bandiera sventoli è necessaria un’insurrezione. Nessuna congiura, nessuna clandestinità, nessuna carboneria, nessun pugnale nell’ombra. La «nostra» insurrezione è alla luce del sole. È pubblica. È per la democrazia. È per la produzione. È per lo scambio. La nostra insurrezione non aspetta l’ora X, è già cominciata. La nostra insurrezione è permanente. È nel Risvegliamento delle coscienze e degli spiriti, nella fierezza del sentimento repubblicano, nell’opposizione strenua alla coatteria morale, al degrado del senso civico, alla corruzione della politica, è qui che è già cominciata la nostra insurrezione.
La liberazione di Roma è di nuovo all’ordine del giorno della storia.
Tacete, politici!
Roma libera, è il nostro grido. Accorrete! Accorrete!

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sabato 7 febbraio 2009

dichiarazione del 9 febbraio 2009

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martedì 20 gennaio 2009

Sono loro la crisi


«Siamo in crisi, siamo in recessione». È la cantilena di questi mesi, la musichetta di fondo di ogni questione, di ogni discussione, di ogni ragionamento: non ci sono soldi per gli investimenti, non ci sono soldi per le riparazioni e le manutenzioni, non ci sono soldi per le assunzioni, non ci sono soldi per l’assistenza, non ci sono soldi per rinnovare le convenzioni, non ci sono soldi per la ricerca, non ci sono soldi per gli eventi, non ci sono soldi per le pubblicità e le promozioni. Non ci sono soldi per niente. Siamo col culo per terra, con l’acqua alla gola, con la merda sino al collo. E il peggio deve ancora venire. Le statistiche corroborano la profezia: sembrano le previsioni di un lungo freddo inverno, tutte a segno sotto zero. Non produciamo, non compriamo, non risparmiamo, non cresciamo. Chissà che cosa stiamo facendo intanto.
La crisi ci viene narrata come la «storia» di una finanza di speculatori fuori controllo dal potere delle Banche centrali e dei governi. Invece, non ci sono innocenti: le Banche centrali e i governi sapevano e hanno consentito qualsiasi manovra speculativa, sicuri di contenere quel denaro «di fantasia», e anzi intenti a sfruttarne volume e mobilità senza confini, senza leggi di gravità, per pompare economie e consumi. Per costruire consenso. E, d’altronde, a questo serve il denaro «inventato», a produrre e consumare. A costruire consenso. Una bolla finanziaria è stata fatta lievitare per sostenere il crollo di un’altra. Non ci sono innocenti: il «sogno» di fare denaro standosene in panciolle con in tasca il biglietto vincente della
lotteria aveva catturato facilmente risparmiatori di ogni risma e taglia. Non c’entra niente la non-corrispondenza fra economia «materiale» e «immateriale». È da un bel pezzo che a tot moneta, a tot valore non corrispondono tot merci, all’incirca da quando sono nate le banche e il credito. La folle corsa al nuovo Eldorado si basava su un dato ben materiale: una illimitata possibilità di produrre e consumare del mondo, era questo il «futuro» su cui si rischiava, un futuro senza scarsità. Questa possibilità ha prodotto una non-corrispondenza e un conflitto fra valori – il presente e il futuro, la moneta e il credito, i prezzi e i profitti –, non fra valori e merci. Una confusione della temporalità, fra l’adesso e un domani.
Le merci adesso ci vanno di mezzo. I lavori adesso ci vanno di mezzo. Sono i «danni collaterali». Parlano di una generale «distruzione della ricchezza», ma la nostra capacità di produrre è intatta, la nostra creatività è intatta, la nostra tecnologia è intatta. Venisse anche una apocalisse, non è che il giorno dopo diventeremmo trogloditi, analfabeti, selvaggi, regredendo all’età della pietra: quello che sappiamo fare, la nostra conoscenza, la nostra abilità, i nostri saperi rimangono gli stessi. Quello che si è inceppato, quello che è andato fuori controllo è quello che non funzionava già prima. La capacità di produrre qualsiasi merce a costi bassi è ormai elevata, la possibilità di reperire materie prime a prezzi giusti è ormai estesa, l’opportunità di commerciare e scambiare ovunque è ormai praticabile comunemente. Ma questa ricchezza, questa potenza concreta, reale, materiale è mortificata e deformata. Inceppata, perché costretta al «privato», alla ricchezza per qualcuno anziché per tutti. Per loro, la ricchezza, questa nostra ricchezza, va finalizzata al profitto; per noi, la ricchezza significa liberarci dalla fatica, vivere una vita serena e migliore, dedicarci alla felicità. Solo che il profitto – l’avidità di profitto, non il giusto guadagno – è ormai diventato anacronistico. Esso ha avuto un ruolo nella generale produzione di beni, quando il mondo era segnato e piagato dalla necessità, dal bisogno, dalla scarsità. È stata la molla individuale che ha funzionato di più e meglio d’ogni attrazione collettivistica. Oggi è storicamente illecito, illegittimo, incostituzionale. Oggi la molla all’accaparramento privato, che può darsi solo contro la spinta alla crescita comune, è disgustosa e insopportabile. E come ogni cosa anacronistica, priva di senso comune, perché sussistano ancora il suo dominio e i suoi privilegi già dati, diventa violento. Stupidamente, odiosamente violento.
Niente sarà più come prima, dicono adesso. Ma suona più come una minaccia che come un programma di interventi economici. E d’altronde, quali mai «misure» è possibile adoperare – se non ripescando vecchie formule e esperienze – in un mondo, in un tempo che ha a portata di mano nuove forme e nuove istituzioni del produrre e del vivere supportate da una straordinaria possibilità della scienza e della tecnica che rimettono in discussione i «fondamenti» del nostro esserci? Tutto è vecchio, mostruosamente vecchio, quando occorrerebbero invece coraggio, determinazione, immaginazione.
Un neo-statalismo, nella forma di un keynesismo revisionato o di un protezionismo a passo ridotto o di formule combinate all’interno di alleanze fra Stati, sembra la ricetta più comune. Eppure, non possono esistere «piani» nazionali in grado di superare la crisi, i cui contorni sono per natura sovranazionali. Esiste, però, un plusvalore «politico» della crisi che può essere gestito localmente: un «profitto politico» caduto dal cielo. A questo si aggrappano i governi nazionali e le amministrazioni locali. Per imbonirci e tenerci buoni, agendo sui nostri lati peggiori. Mobilitazione ideologica – richiami a valori e bandiere, a patrie e nazioni, a tradizioni e religioni – e risibili provvedimenti economici andranno di pari passo. La crisi è tutta sulle nostre spalle. Il mondo è tutto sulle nostre spalle.
Bene, azzeriamo tutto allora. Default. Ma ai nastri di partenza di questa nuova corsa non ci stanno solo loro. Ci siamo pure noi. Noi e la nostra ricchezza. Noi e la nostra potenza.

La politica ci salverà?
Quelli che ci hanno mandati a ramengo nella crisi, quelli che dovevano controllare, vigilare, stare attenti, quelli che insomma dovevano fare il loro mestiere – il mestiere per cui li abbiamo votati e delegati, e per cui li paghiamo, cioè: governare – e che se ne sono bellamente strafottuti, per intrallazzo, per ambizione, per totale ignoranza e incompetenza, sono gli stessi che adesso fanno i sapientoni e vogliono salvarci: loro, i politici, gli amministratori, i cortigiani del Palazzo. Qualcosa non torna.
Qualcosa proprio non torna se chi prima ci lascia affondare e dopo ci lancia una ciambella di salvataggio ha la stessa faccia. Qualcosa proprio non torna se tutto ciò che loro hanno messo assieme di provvedimenti sono: fede e speranza. Mentre noi stiamo a capo chino e col cappello in mano e preghiamo e li ringraziamo devoti, timorosi di Dio e intimiditi dall’apocalisse che verrà, loro intanto che fanno?
Nella crisi, loro non sono la soluzione del problema, sono parte del problema. È il loro sistema che va a pezzi, non il nostro. Sono le loro regole che non hanno funzionato, non le nostre. Sono le loro istituzioni che non hanno governato, non le nostre. E adesso vogliono che gli diamo una mano? Anzi, ci chiedono sforzi e sacrifici, solidarietà e rinunce, pazienza e sopportazione, fiducia e serenità. Loro ci chiedono di essere virtuosi. Ci chiedono i nostri soldi – quelli che abbiamo e quelli che ci devono –, tanto, loro pagano tutto coi nostri soldi: siamo il loro bancomat, la loro carta di credito illimitata. E noi dovremmo spendere la nostra ricchezza per loro, dovremmo investire tutto ciò che abbiamo su di loro, dovremmo puntare sulla scommessa che loro rappresentano? Scusate, eh, ma andarsene affanculo, no?
Dice: ma la crisi è globale, sono gli americani, sono i tedeschi, sono i francesi, pure i cinesi so’ – che potevano fare? Ma come, loro ci hanno fatta una testa così con la globalizzazione, e il mercato di qua e il mercato di là, che era un mondo tutto latte e miele, e mo’ vengono a dirci che quello era l’inferno? Oggi dicono il contrario di ieri, ieri dicevano il contrario di oggi, domani chissà che diranno, quello che importa è che loro restino lì dove sono a dirci sempre qual è la cosa giusta. Scusate, eh, ma un po’ di pudore, niente? Tutto quello che propongono è un revival di autarchia – «consumate italiano» – e una nuova austerity, tutto quello che loro sanno dire adesso è che gl’Americani so’ troppo forti, yogurt, marmelata, però, forse è meglio che se magnamo du’ maccaroni? Ma davvero credono che siamo tanto fessi da berci qualsiasi frottola ci raccontino?
Si è aperta una transizione al futuro, dentro il tramonto di questo tempo. Una transizione che non sarà indolore e vedrà conflitti e tumulti. In ogni luogo, in ogni territorio, in ogni città. Qui. In questa città. Governare questo tempo non è pane per i loro denti.

Che se ne vadano via
Noi siamo la ricchezza di questa città. Roma è ricca della nostra ricchezza, del nostro talento, della nostra creatività, della nostra capacità di inventare e produrre, dei nostri desideri, delle nostre curiosità, della nostra speciale qualità di costruire relazioni, della nostra voglia di vivere meglio, della nostra ricerca di felicità. Ciascuno a modo suo e per quel che può e sa fare. Questo luogo ci appartiene, questa città ci appartiene. Questa città è la nostra città. Ci lavoriamo da tempo, investendoci i nostri saperi e i nostri mestieri, nel pubblico e nel privato. Questa città ha smesso d’essere provinciale e succube d’Oltretevere con la fine del lungo potere democristiano, con la grande ondata di chi aveva vissuto le trasformazioni e le speranze dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta e progressivamente entrava nelle professioni, nei mestieri, nel commercio, negli impieghi, portando culture e innovazioni, lingue e circolazione di idee, sguardi e visioni, portando una enorme capacità di cooperazione e relazione sociali, facendo tanto col poco, valorizzando la «fortuna» di trovarsi dove c’è il più grande patrimonio dell’umanità, valorizzando quella straordinaria risorsa collettiva che è Roma. Inventandone «forme d’uso» che ne riscoprissero la storia – il senso e la bellezza dei suoi spazi – ma fossero pure quotidiane, «facili», quasi sovrappensiero. Tutti quelli che si sono succeduti al governo di Roma non hanno fatto altro che mettere a profitto questa capacità, appropriarsene. Come oggi si appropriano del lavoro di quei produttori di immaginario e di cultura che in questi anni sono nati e cresciuti a Roma – di certo non grazie all’auditorium e alla festa del cinema di Veltroni e Bettini, ereditati e corretti da Alemanno e Croppi – e che fa cinema, video, teatro, musica, pubblicità, libri, produce cose per un buon vivere.
È tempo di dichiarare la nostra indipendenza. È tempo di governarci da soli: qualsiasi badante sarà più capace e avrà più cura nel governare, nell’amministrare, di loro.
Sono loro la crisi, è il loro sistema la crisi della nostra ricchezza. Sono loro il «male assoluto»: il loro sistema fiscale, il loro sistema creditizio, il loro sistema legislativo, il loro sistema distributivo. Sono un freno alla nostra capacità di produrre, alla nostra possibilità di creare, inventare. Davvero, non ne possiamo più: amministrano i nostri soldi e ce li lesinano e li sperperano, gli abbiamo affidato i nostri beni – la nostra storia, la nostra memoria, le nostre bellezze, la nostra cultura, i nostri immobili – e se li accaparrano, li trascurano o ne fanno scempio, non sanno provvedere ai bisogni minimi quotidiani della città come alle situazioni eccezionali d’emergenza. Loro, i politici, coi preti, i banchieri e gli immobiliaristi.
Questa città va diventando un luogo qualunque, una città-cartolina, una città-presepe, una città-depliant. Una città mediocre. Un luogo indistinto, una metropoli che somiglia a tutte le altre, che si consuma come tutte le altre, dove non c’è relazione alcuna fra la storia e l’adesso, fra ciò che siamo stati e ciò che siamo. È svuotata di se stessa, è la copia di se stessa, qualcosa che può star bene a Las Vegas o Disneyland. Un luogo sciatto e blindato nello stesso tempo, sciatto per noi e blindato per loro.
Dentro la loro crisi, per noi si prospettano ulteriore precarietà dei lavori, compressione dei salari, assenza di tutele e garanzie sociali; per loro, varrebbe il tassativo ordine di «non disturbare il manovratore». La loro formula di uscita dalla crisi, di ricostruzione della legge del profitto ha un solo ingrediente: ridurre il lavoro a forme di servitù.
Ecco, onorevoli politici e amministratori dei nostri stivali, vi diamo questa notizia: siete arrivati al capolinea, è tempo di scendere. Non sapete fare il vostro mestiere, e il vostro mestiere siamo stati noi. La città sovrana vi revoca il mandato, noi vi licenziamo.
Voi politici siete inquilini morosi, siete abusivi. State occupando abusivamente il nostro centro, casa nostra, i nostri «palazzi». Se i vigili urbani di questa città fossero meno impegnati a rompere i coglioni agli ambulanti e ai rom o a prendere bustarelle e a darsi malati, e lavorassero un po’, dovrebbero venire lì a Montecitorio, a Palazzo Chigi, al Campidoglio, sulla Colombo, a sfrattarvi, a mettere i sigilli con l’ufficiale giudiziario dovrebbero.
Voi politici avete fatto del centro di Roma un luogo vostro, deturpandolo, facendo pagare a noi il doppio peso doppiamente odioso del potere nazionale e del potere locale. Vi siete proprio allargati, con i vostri uffici, le vostre segreterie, le vostre biblioteche, le vostre scorte, le vostre foresterie e le vostre garçonnieres. Scorrazzate per la città con le vostre auto blu. È tempo che vi leviate di torno, che ci restituiate i nostri spazi. Saremo generosi: andatevene via, oltre il raccordo anulare, andatevene in un Cpt, un Centro di politici temporaneo tutto per voi. Potrete giocare a Destra, Centro e Sinistra quanto vi pare, a noi ci ha già stufato da un pezzo. Almeno non state tra i piedi, non date troppo fastidio e già è una cosa.

Io sono mia
È tempo di dichiarare la nostra indipendenza. Se c’è davvero una cosa che questa crisi mostra con ogni evidenza è che interventi economici «impensabili» – il denaro a costo zero, le ore di lavoro decurtate della metà a uguale salario – sono già possibili da tempo. Se c’è davvero una cosa che questa crisi mostra con ogni evidenza è che viviamo al di sotto delle nostre possibilità, e non al di sopra come vorrebbero convincerci – «Si è scialacquato troppo», dicono – per continuare a mortificarci. Riformisti e conservatori parlano con la stessa voce fessa. Tutt’al contrario, noi vogliamo tanto e di tutto. Vogliamo inventare, produrre, scambiare e consumare. Vogliamo desiderare. Quelli che sono privilegi di pochi – una vita confortevole e sicura, ricca di piaceri e bellezze – potrebbero essere occasioni di ciascuno. Le possibilità materiali ci sono ormai tutte, di soddisfare ogni necessità. Invece, siamo in una società economicamente depressa che non ce la fa a risollevarsi a forza di gag e spiritosaggini.
Ma viviamo al di sotto delle nostre libertà. Il tempo della illimitata produzione di massa è finito, il tempo della illimitata disponibilità al consumo è finito. Era il tempo dei mezzi e delle macchine, e della fatica dell’uomo. È finito pure il tempo della illimitata propensione alla delega politica. Era il tempo dei totalitarismi e della democrazia. È il tramonto d’una civiltà, non solo d’un sistema, una civiltà che ha fatto del lavoro e della produzione la sua potenza e la sua egemonia, e che su lavoro e produzione ha ormai perso il primato. Succede nella Storia. Si va avanti. Eppure, è nella politica la nostra grande storia e tradizione, nell’invenzione della politica, dei diritti, delle libertà. Nell’invenzione della rivoluzione politica. È questo che la nostra storia ha dato al mondo. È questo che possiamo ancora dare al mondo. È la nostra vera «eccellenza». La nostra politica.
La rivoluzione che verrà sarà giovane e repubblicana. La repubblica che verrà, sarà autonoma, libera e indipendente. Sarà romana. Vivrà della capacità di decisione e di espressione di ciascuno. La democrazia rappresentativa, che pure ha avuto una funzione e un’importanza straordinarie, è ormai un involucro vuoto. Poggiava su una relazione fra lavoro e cittadinanza che non si dà più nelle forme del Novecento. Non si può ripristinare o rifondare, lo sa bene la Reazione: le derive populiste, le piccole patrie irrompono e governano in Europa. Colmano quel vuoto in modo orribile, portano le lancette della storia all’indietro. Possono pure vincere brevemente, ma non reggeranno.
Noi, quel vuoto vogliamo colmarlo di nuove virtù repubblicane, di nuove compassioni, di nuove libertà, di nuove felicità, di nuove istituzioni.
Vogliamo rendere a Roma l’onore della sua storia, della sua storia politica, della sua sovranità. Perché sia modo di una nuova cittadinanza nel mondo.

Scrivete a: repubblicaromana@gmail.com
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Io non ho paura


Tutta la paura del mondo
Le città del mondo hanno paura. Delle cose che gli uomini hanno costruito nel tempo, delle loro metropolitane e dei loro grattacieli, dei loro autobus e dei loro aerei, delle loro periferie e dei loro centri. Gli si rivoltano contro. Hanno paura delle cose che gli sono state donate, dei loro fiumi e dei loro venti. Gli si rivoltano contro. Hanno paura dei loro uomini. Delle loro fogge e dei loro modi, delle loro preghiere e delle loro bestemmie, dei loro corpi svelati e dei loro veli. Gli si rivoltano contro.
Le città del mondo scoppiano. Di rabbia e di furore, di bombe e di speranza, di bellezza e di felicità, di lingue e di rumori, di luci e di ombre. Scoppiano della loro ricchezza e della loro povertà, dei loro angeli e dei loro demoni, della loro storia e del loro futuro, delle loro possibilità e della loro impotenza.
Roma non ha paura.
Roma è stata costruita perché la paura restasse fuori le sue mura. Qui fosse lo spazio della retorica e della politica, degli dei e degli avi, degli agi e della legge. Lo spazio dei tumulti e dei tribuni, dei conflitti e delle istituzioni del popolo. Qui lo spazio pubblico era sacro. Nei secoli ha sentito la paura, più volte. Più eserciti l’hanno attraversata, per difenderla o conquistarla. Più piaghe l’hanno sfinita. Come per ogni altra cosa, abbiamo visto tutto e il suo contrario. Eppure, Roma è ancora qui. A patrimonio dell’umanità. È il suo racconto.
Roma non è una città impaurita. Pure, la paura ora vive tra noi, abita la porta accanto. Una città impaurita è una città infelice. Si guarda circospetta intorno, fruga ansiosa nelle tasche e nei cuori, mette ai ceppi i suoi uomini o li costringe alla fuga, maledice il mondo. Roma non è così. Roma non è una città infelice.

La misticanza fa bene
Questa città smotta, slitta, si rimescola in continua mobilità. Scoppia di salute e va crescendo. Una volta, la città era più ingessata, gli osti abruzzesi stavano a est e i muratori calabresi stavano a sud, gli studenti stavano intorno la città universitaria e gli impiegati stavano non lontano dai ministeri. Trasferirsi da Centocelle all’Appio era segno di mobilità sociale, di uno status migliore. Oggi, spostarsi a Tor Pignattara può capitare a chiunque, anche arrivandoci dal centro storico. Oggi, la vita non è più diritta e non va sempre in ascesa. Sentiamo di smarrire un’identità sicura, ma così gira il mondo. I bengalesi stanno stipati a san Giovanni come a Tor Bella Monaca, a Morena ci vivono giovani coppie romane e rumene, le une e le altre per pagare di meno un affitto, da Castelnuovo di Porto e Campagnano sono andati via i romani schizzinosi del casino della città e sono arrivati gli eritrei per i quali la città costa troppo, al mercato di Campo dei Fiori si parlano tutti gli accenti del mondo fra stranieri che fanno la spesa per i loro padroni e stranieri che vendono frutta e verdura per i loro padroni. La città non la disegnano gli immobiliaristi, loro costruiscono valore sui nostri bisogni e desideri. Noi mettiamo su casa, loro ci fanno «proprietari». Da «proprietari», ora che abbiamo un «valore», non vogliamo che tra i nostri vicini abitino immigrati e gente poco dabbene, che ne abbassano il prezzo. Come se potessimo contare qualcosa nell’andamento delle bolle speculative degli gnomi finanziari che fanno andare su e giù i nostri mutui e i nostri «beni». Loro, gli immigrati, portano fatica e sudore, fanno le cose che non sappiamo, che non possiamo, che non vogliamo fare più. Loro sono il segno del nostro benessere acquisito. Loro sono i nostri «macheroni», i loro figli siedono nei banchi di scuola accanto ai nostri, le loro donne fanno la spesa al mercato accanto le nostre. E Roma non può costruire tante Brucculino, non è New York; Roma non può costruire tante Palermo vieja, non è Buenos Aires. Separare in ghetti questa città è contro la sua vitalità. È contro la sua storia; per l’unico che abbiamo avuto, quello ebraico, dovremmo portarne ancora vergogna e dolore. La misticanza invece è buona e fa bene. Chi ama Roma lo sa. E sa caparla.
Va bene, qui arriva anche la feccia. E facciamogli il culo a sta feccia, a quelli che vengono qui per per rubare nelle nostre case e toccare le nostre donne. Tiriamo fuori le palle e facciamogli vedere di che pasta siamo. Se loro vengono col coltello, noi andremo con la pistola; e se loro vengono con la pistola, noi andremo col fucile. Ma se vengono col fucile, con cosa andremo noi, con il cannone? È questa l’idea?
Dieci anni di tolleranza zero a New York non hanno impedito che le torri venissero giù. Mentre Giuliani faceva il sindaco dalla faccia feroce, i nemici dell’America si preparavano all’attacco. Sotto il suo naso. Le jene, gli orchi, i nemici rovistano tra le nostre libertà, sciacallano tra i nostri beni. Dovremmo rinunciare alla nostra vita, per tacitare la loro? E, ammesso, funziona? E quanto costa?
Il generale dei carabinieri Mori è stato nominato dal sindaco capo della sicurezza. Dichiara subito: rastrelleremo. Ma in vent’anni in Sicilia, mentre lui rastrellava Palermo e le campagne intorno, Riina non si muoveva dalla sua Corleone, sotto il suo naso. E faceva fior di danni. Non è il dispiegamento delle scorte che ferma i nemici.
Non fu la scorta a salvare Moro a via Fani. E per cinquantacinque giorni, militari e poliziotti pattugliarono ogni angolo di strada, entrarono in ogni casa, perquisirono ovunque, ma non cavarono un ragno dal buco. Moro, lo trovarono morto nel cuore della città, sotto il loro naso. Non è il dispiegamento dell’esercito e la rinuncia alle libertà che salva le vite. Che ci salva.
Hanno mandato dei ragazzi vestiti da soldato a pattugliare incroci. Jeep e soldati come fossero strade di Baghdad. È la «guerra preventiva». Qualcuno ha dichiarato guerra ai cittadini di Roma. E le oche, come le lucciole di Pasolini, sono scomparse: non schiamazzano più per avvisarci.
Soffiare sul fuoco del senso di insicurezza e di paura è pericoloso. Alla fine, quelli che plaudono a stivali e tute mimetiche penseranno che sia l’ora di fare da sé, e si sentiranno autorizzati a comprare una pistola e tenerla a portata di mano, per stare più tranquilli. E se ogni faccia sconosciuta è un potenziale nemico, se chi bussa alla mia porta ha l’intenzione di fregarmi, se ognuno che entra nel mio negozio potrebbe rapinarmi, troveranno pane per i loro denti. Aspettiamo che muoia un altro Re Cecconi, per uno scherzo a un amico, per capire in che follia ci stiamo infilando?
I ricchi americani si costruiscono le loro panic room, in cui infilarsi quando la percezione della paura diventa alta: muri spessi, allarmi, viveri di sopravvivenza, telecamere di sorveglianza, luci, armi. Per salvarci, dovremo stare rintanati nelle nostre case. Oppure cacciare via tutti, rendere la città blindata come fosse la nostra casa blindata. Se alimentiamo le nostre paure Roma tutta può diventare una panic city. Ce lo possiamo permettere? Noi ci campiamo con l’essere una città aperta a tutto il mondo.
Chi è ricco e può permetterselo fa del proprio quartiere una zona ad alta sorveglianza, con il suo esercito privato. Che gli altri si scannino lo riguarda poco: quello che teme è che la paura possa lambire il suo giardino ben curato, possa increspare l'acqua della sua piscina. Ma Alberica Filo della Torre, una donna ricca e privilegiata, è morta in modo orribile come Simonetta Cesaroni, una ragazza qualunque che lavorava sodo.

Bande armate bipartisan
I padani leghisti sono quelli che strillano più di tutti per la sicurezza. Ma se i leghisti proprio ci tengono a fare di Bagnolo san Vito e Venegono Inferiore un modello di cittadine in sicurezza assoluta, che se lo facciano. Proveranno poi a spiegarsi da dove arrivano i loro orchi, perché nella tranquilla Cogne Anna Maria Franzoni massacra a zoccolate suo figlio, perché a Novi Ligure Erika e Omar pugnalano così ferocemente il loro stesso sangue, perché a Erba Olindo e Rosa infieriscono a martellate su un bambino, perché nella cascina di un ridente paesino, Leno, Desirée viene attirata, stuprata e uccisa da un branco di ragazzini guidato da un adulto, perché padre e figlio, in un passaggio di sangue, di suolo e di spranga, possano uccidere Abba, che ha rubato le merendine. Tutte le madri del mondo non sono come Anna Maria Franzoni, tutti i vicini di casa del mondo non sono come Olindo e Rosa. E tutti i rumeni del mondo non escono come Mailat dal fondo dell’oscurità per rapinare, violentare e uccidere a una fermata della metro a Roma una donna che torna a casa dal lavoro. Ma i leghisti vogliono cacciare via tutti quelli che non hanno sangue celtico. Bene, ce li prendiamo noi meridionali e immigrati: noi abbiamo bisogno di voglia di fare e di talenti, di competenze e di storie. Che i padani continuino a fare polemica con Federico Barbarossa e Garibaldi, e vadano a farsi fottere. Abbiamo altro cui pensare, problemi «un attimino» più complicati di Chignolo Po e Ponte di Legno. Noi siamo Roma, metropoli del mondo.
Di turismo Roma ci campa, di quello religioso e di quello archeologico, di quello di massa e di quello dei vip, di quelli che comprano solo una mezza acqua minerale e di quelli che prenotano le suite del De Russie o dell’Excelsior. Comunque, tutti acquistano qualcosa: una paccottiglia a Fontana di Trevi o un gioiello da Bulgari. Ci portano soldi freschi, ci danno da lavorare: noi ci sobbarchiamo lo sfinimento del loro peregrinare o della loro cafonaggine, loro si ciucciano il nostro caos e la nostra maleducata indolenza. Lo scambio è equo e solidale. Ma chi è ossessionato dal «decoro» di una città-museo da ripulire delle sue «brutture umane» – barboni, lavavetri, zingari, prostitute – e da far visitare a frotte di turisti disciplinarmente intruppati dietro la loro guida con l’ombrellino, immagina un’altra Roma, una Roma company town del turismo, e intorno questa idea vuole conformare le nostre vite. Il decoro e la pubblica decenza sembrano le uniche politiche capaci di diventare bipartisan. Rutelli ripuliva dai barboni le scalinate delle chiese dove chiedevano l’elemosina, per fare un piacere al papa durante il Giubileo; Veltroni scarrozzava i rom il più lontano possibile dagli occhi e dal cuore. Alemanno misura la lunghezza delle gonne sulla Salaria e l’Olimpica. È la nostra sharia, il peccato diventa reato, facendoci vergognare. Ai bipartisan decorativi interessano solo garbati turisti incolonnati per un rapido sightseeing su un autobus a due piani, e vomitati in un qualche ristorante con cui ci si è messi d’accordo e noi a fare ciao con la manina, educati. Non come i cicloturisti olandesi che si muovono per conto proprio e si fermano dove capita, perché allora «te la vai cercando». Se vengono gli hooligans, per dire, invece li massacriamo subito di botte, come è accaduto all’Olimpico – per sicurezza, per fargli capire come stanno le cose. Loro, i turisti, devono stare con due piedi in una scarpa, noi simpatici e sorridenti, col manganello dietro la schiena.

Siate poveri ma sicuri
La sicurezza è la fiaba che raccontano per farci accontentare, per non farci desiderare, per controllarci. Dovremo essere poveri, i tempi sono questi. Però, saremo sicuri. Siate poveri ma sicuri. È la favola del fascismo, di quando si stava bene quando si stava peggio. Gli orchi però c'erano anche allora. Mussolini imbavagliò i giornali quando a Roma le bambine venivano rapite e stuprate. Poi presero uno che non c'entrava nulla, Girolimoni, ma avere un colpevole fece credere che si potesse stare sicuri. Gli orchi ci sono sempre. Gli orchi non li inventano i giornali ma i giornali – ora che la stampa è «libera e indipendente» – ci sguazzano coi nostri sentimenti e le nostre angosce.
Pensiero religioso e pensiero economico ci vanno a burro e alici con quest'idea della mortificazione e della rinuncia al piacere. Non abbiate troppe ambizioni, non desiderate troppo, non amate troppo, non fatevi troppi amici. D'altronde, ai poveri è destinato il regno dei cieli. L'uomo racconta storie. La crisi economica è una storia. Una narrazione per intimorirci raggruppandoci intorno l'albero degli zoccoli. Attenti all'uomo nero, non andate nel bosco, state alla larga dalla casa di pandizucchero. Ma nelle fiabe gli orchi hanno artigli reali e non sempre c’è il lieto fine. Dentro la crisi si nasconde lo spostamento di ricchezza più gigantesco dal dopoguerra, chi già ha tanto di più avrà, e ognuno rimanga al posto suo. State alla larga dalla casa di pandizucchero.
Le statistiche dicono che i soggetti sociali che maggiormente avvertono la percezione del rischio sono quelli che in generale meno restano vittime: le donne e gli anziani. Perché per proteggersi adottano comportamenti che riducono il rischio: vivono la città solo in certe ore, frequentano solo specifici posti e determinate persone. Fissano la loro vita in consolidate abitudini. In percorsi obbligati. Fuori dalle tracce sicure, ci sono gli orchi. Gli orchi siamo tutti noi.
Qualcuno tiene il conto di quanti maritini e fidanzatini hanno massacrato le loro compagne in questi mesi? L’estraneo ha spesso le chiavi di casa, non viene dal buio, ma dal salotto. Respirando la paura, l’anima si devasta: stiamo avendo paura del diverso per razza e colore, ma i ragazzi gay, le lesbiche o le transessuali aggrediti e sfregiati sono il più delle volte romane e romani. Alla fine, l’altro, l’estraneo, quello che mi disturba diventa l’alieno invasore pure se mangia bucatini all’amatriciana da quando campa. Oramai qualsiasi diversità fa scattare le sirene di massimo allarme.
Una città impaurita è una città infelice. La sicurezza – dicono – è il presupposto della città. Ma una città sicura non vuol dire una città felice – se è una città di merda, rimane una città di merda – e noi vogliamo vivere una città felice. Gli altri sono il presupposto di una città felice. Una città è la vita con gli altri, la vita degli altri. Senza gli altri non c'è città, non c'è felicità. La paura è diventata la forma di socializzazione della nostra solitudine. Timorosa o belluina. Rintanata e muta, o aggregata in ronde e squadre di lame e sangue, e berciante. Questa non è Roma.

La felicità di una repubblica tumultuosa
In un mondo attraversato dalla paura voler essere felici sembra una dichiarazione di follia. Ma il contrario della paura non è il coraggio, è il desiderio. Forse la sicurezza a cui non vogliamo rinunciare è questa qui: le possibilità del mondo. Forse il mondo che immaginiamo privo di paura è un mondo di occasioni. Di innovazioni, di rischi e di conoscenza. Di conflitti. Ho paura se non posso scegliere. Se non posso decidere della vita. Se non posso capire. Conoscere. Spostarmi. Cambiarmi. Incontrare. Amare. Condividere. Divenire. Battermi. Allora ho paura. Ho paura dei miei custodi.
Forse, possiamo ora desiderare una repubblica che non abbia per mito fondativo la paura.
Maneggiare le nostre paure. Contro chi inquina e deturpa i nostri territori, ne fa discarica o li gassifica, ci si è ribellati. Agli studi di fattibilità, ai diagrammi tranquillanti abbiamo sempre opposto l’insicurezza per un futuro «sicuro» troppo lontano dalle nostre vite quotidiane e il timore che finisca per cancellarne i modi e il senso. Abbiamo paura della fine del nostro mondo, che è tutto il mondo che conosciamo bene, dove abbiamo casa. Che è come avere paura della fine del mondo.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, la guerra fredda fra blocchi militari e imperiali, quello americano e quello sovietico, minacciava la fine del mondo, lo scontro fra testate nucleari. Oggi sembra tornare l’incubo di quella guerra, ora già eserciti, simmetrici e asimmetrici, si fronteggiano. Non riusciremo a tenerli lontani dalle nostre mura, forse dovremo uscire loro incontro per fermarli di nuovo. Vogliamo batterci tra le nostre mura, per fermarli di nuovo.
Vogliamo andare incontro al cammino dei migranti, ai loro piedi nomadi, che qui cercano riposo e vogliono a tutti i costi la loro città. Hanno già capito la cosa essenziale, lottare con le unghie e con i denti: sono nostri concittadini dovunque essi siano.
Vogliamo andare incontro a chi riveste di sogni qualunque richiesta elementare di diritto, di reddito, di casa, di garanzie e di certezze, a chi crede che il desiderio d’una vita degna e felice possa forzare l’ordine delle cose e del potere.
Il tumulto è il cuore della nostra repubblica: per batterci, dovranno cospargere di sale Roma, dopo averla rasa al suolo. Noi siamo qui, non abbiamo paura.

Scrivete a: repubblicaromana@gmail.com
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